26 gennaio 2006

Ahimsa

Mi sto applicando.
Sto cercando le radici della della mia naturale predisposizioe alla non violenza.
Cercando di individuare le relazioni tra la non violenza e lo Yoga mi sono imbattuto nel sito http://www.gandhiserve.org che contiene la collezione completa (libri a parte) degli scritti di Gandhi.
Non avevo mai letto nulla in precedenza, così ho provato a cercare la parola Yoga e ho trovato una conversazione tra il famoso Paramahansa Yogananda e Gandhi.
Ho iniziato a leggere e ho incontrato la parola "Ahimsa" non-violenza. Ma sto ancora annaspando in un fluido troppo denso per permettermi di affondare, ma anche per muovermi nella direzione voluta: non sono in possesso gli strumenti adeguati.
Nella mente sgomitano diverse idee, alle quali devo ancora dare una forma compiuta... l'identità tra la parola (il verbo) e la realtà (in Dio coincidono se non ricordo male), il mondo come rappresentazione (anche qui mi sovviene qualcosa), forse una lingua è più adatta di un'altra a rappresentare il mondo ? a ridurre la distanza tra ciò che viene rappresentato e lo strumento della rappresentazione ? il sanscrito, ad esempio, sembra incarnare in modo esemplare questa capacità ...
Oggi due saluti al sole, ma riesco solo a sfiorare la superficie...
equilibrio, mantra, musica, (s)ballo, alimentazione solo per citare alcune questioni...
lasciamo che il tempo sia il maestro.
"I can only give what I may call a villagers answer. If there is
good there must also be evil, just as where there is light there is also
darkness, but it is true only so far as we human mortals are concerned."

Gandhi - DISCUSSION WITH SWAMI YOGANANDA
Anonymous valerio ha scritto...

Quando l'allievo è pronto, il maestro si fa vivo. Penso però che l'antica saggezza orientale resti sempre "altro" rispetto alla nostra configurazione mentale, rimanga comunque tra noi una distanza incolmabile, per quanto piccola (nel migliore dei casi). Un esempio interessante credo sia il koan, il paradosso zen che sovverte la nostra logica, e che io non capisco mai interamente anche quando lo capisco (se qualcuno me lo spiega). Obietterai: proprio questo è il senso, superare la comprensione concettuale per una illuminazione al di là della razionalità. Ma resta un soffio sfuggente, mentre il vaso che mi cade in testa - soggettivo, certo, illusorio come l'intera suddivisione della realtà in singole unità, fenomeni e persone - mi fa comunque male. By the way: tra le poche frasi che ricordo di Gandhi, una continua ad accompagnarmi (la lessi alla Feltrinelli di Bologna, proprio sotto le torri, più di quindici anni fa). La calma assoluta non è la legge del mare. E neanche dell'uomo.
Namaste

27 gennaio, 2006 18:16  
Blogger CMP ha scritto...

Condivido.
Il problema infatti è assai complesso: rendere fruibile concetti così lontani dal nostro sentire, nelle forme più adatte alla nostra cultura. Faccio un esempio: il Mantra è una forma di Yoga che induce ad un particolare stato mentale. La radice fisiologica del suo meccanismo di funzionamento risiede nelle tecniche di respirazione e nel canto. Ma credo sia evidente che questa tecnica è comune a tutte e culture, particolarmente quelle primitive, in Africa, America (Sud e Nativi del Nord) Europa (baccanali e altri culti dionisiaci, ma anche un concerto Rock di oggi, un "rave" credo abbiano una funzione molto simile). Il potere benefico e liberatorio della danza e del canto è, oserei dire, scientificamente riconosciuto (e il famoso "canta che ti passa", dove lo mettiamo ?). Il problema è allora quello di "tradurre", di "trasferire" una tecnica evoluta, da una cultura all'altra, facendo in modo che vada perso il minimo possibile. Certo, il fatto di non avere familiarità con una lingua come il sanscrito, dove ogni termine è sempre riconducibile a tutti i segnificati delle radici di cui si compone è una grossa perdita, ma forse anche a questo si può ovviare con una piccola modifica ai programmi ministeriali ....
Namaste (che bel saluto, non ne conoscevo il significato fino a ieri)

30 gennaio, 2006 10:21  

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