07 marzo 2006

Ci sono alcune parole

Ci sono alcune parole, che da quando ho memoria, mi accarezzano i pensieri, suggerendo una infinita serie di correlazioni e di considerazioni sull’origine, lo scopo, il significato più profondo della vita.
Le letture che il mio maestro yoga ci ha somministrato ieri sera, hanno risvegliato in me conoscenze dimenticate. Quel tipo di ricordi che si affacciano alla coscienza con insistenza, e che, pur non potendo essere altro che il condensato di studi, letture e catechismi di diversa natura, vivono di una loro forza, che trova le sue reali radici in un ambito al confine tra la razionalità e la fede (intesa come aspirazione alla trascendenza).
Anche se non pratico con costanza la meditazione e le asana, la mia parte più spirituale, esige, talvolta con risolutezza, le sue attenzioni: ricostruire uno schema, un senso, a quanto accade intorno a noi e a noi stessi, per rintracciare le coordinate entro le quali ricondurre il quotidiano attraverso la nostra personale visione del mondo. Il nostro sistema di orientamento, il nostro sistema di valori.

Forse questa tensione, è più forte in chi, come me, non professa una specifica fede religiosa e non si “abbandona” ai dogmi o alle “consolazioni” di questo o quel credo, in chi non sa definirsi propriamente ateo o agnostico, perché in fondo non sa rassegnarsi alla dissoluzione del proprio io e raccoglie qua e là principi folosofici e non che, a ben guardare, si ritrovano a fondamento della dottrina di tante religioni, del pensiero degli antichi e anche dei moderni, come costanti.

Allora cerco di avventurarmi in questo percorso di parole, a partire dalle costanti, dalle radiazioni di fondo dell’universo, che altro non sono che frequenze, vibrazioni, come l'aum. Tutto nasce da qui: in principio era il verbo, la parola, il suono, il canto. Tutto ci conduce ad un universo che scaturisce dalla pura energia, e tramite essa imprime forma e sostanza sé medesimo. Da qui ha origine la luce, l’armonia (e non solo nella sua accezione fisica): l’atomo infinitamente piccolo che vive delle stesse regole che sorreggono il sistema solare, le galassie, l’universo, l’infinitamente grande.

Per citare me stesso, “Nel girare delle ruote”, nella ciclicità delle stagioni, della storia, dei sistemi, nel rincorrersi di elementi e particelle, quali noi siamo, in una qualche scala di misura di questo universo, viviamo, e siamo regolati da un’unica legge, un unico Dio, del quale siamo parte, come la scintilla appartiene al fuoco.

Ecco, questo in fondo è ciò che siamo.
Siamo noi stessi, la scintilla, ma siamo anche altro, siamo parte di un tutto che è più della somma sue parti, e in questo senso di appartenenza, forse, riusciamo a ritrovare quei sentimenti di gioia, di amore, di compassione, la nostra più profonda identità, il nostro equilibrio.

Avrei voluto ricercare un pò di etimologia di queste parole.
Sono intimamente convinto che il legame tra loro, in una lingua come il sanscrito, è più forte e denso di implicazioni di quanto non lo sia in italiano o in qualsiasi altra lingua.
Forse un’altra volta.
Il mio cuore oggi è già più leggero.

Namaste
Anonymous valerio ha scritto...

Più che giusto. Due osservazioni: lo Sheikh Pallavicini ci ricorda che Universo, etimologicamente, significa "verso uno" (che lui ovviamente identifica con Allah il misericordioso). La seconda: è uscito l'ultimo -stavolta davvero- libro di Terzani, quello del dialogo con il figlio Folco durante gli ultimi mesi di vita. Terzani - ormai Anam - racconta come abbia speso l'ultima parte del suo tempo nello sforzo di diventare nessuno, fino, forse, a riuscirci. Nei momenti migliori, provo anch'io a rassegnarmi alla dissoluzione del mio io. Om shanti

10 marzo, 2006 16:26  
Blogger Discutiamo ha scritto...

Ti prego di cancellare questo post se pensi che possa anche minimamente sminuire il tuo "momento spirituale" e proprio in virtù di questo, mi accingo con il massimo rispetto ad esprimere quello che, leggendolo, mi ha emotivamente "comunicato". E' molto interessante come cerchi di trovare un'identità per collocarti in un contesto definito, ma poi fuoriesci vedendoti in un contesto molto più grande, che ti accolga e che ti accetti, in un momento della tua vita, dove probabilmente stai ancora cercando i perchè.
Ma dimmi, il tuo cuore adesso è veramente più leggero?

27 ottobre, 2006 20:21  
Blogger CMP ha scritto...

L'adesso indica un momento specifico: il presente, e come sai, il presente dura un'attimo.
L'abilità, che io ancora non ho raggiunto nè so se raggiungerò mai, sta forse nella capacità di vivere ogni attimo con la consapevolezza di ciò che esso è. La leggerezza poi, che talvolta ci pervade, non è consolazione, ma è
uno stato che raramente si verifica, di consapevole serenità.

Namaste

29 ottobre, 2006 10:39  

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